Un progetto della Cattolica sui disturbi alimentari vince il premio “Libellula Inspiring Company”

Assegnato alle organizzazioni che promuovono iniziative di prevenzione e contrasto della violenza e discriminazione di genere, il premio ideato dalla Fondazione Libellula è andato a un progetto di ricerca accademico realizzato in collaborazione con l'azienda EdTech Lifefeed e l'associazione non - profit Animenta, che mira a mettere in luce le competenze dei lavoratori affetti da DCA oltre ogni tipo di stigma

Il Libellula Inspiring Company è andato a un progetto del Corso di Laurea magistrale in Psicologia per le organizzazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

Si è aggiudicato il premio Libellula Inspiring Company un progetto di ricerca realizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sui disturbi del comportamento alimentare dei lavoratori. A condurlo, i ricercatori che collaborano con il corso di laurea Magistrale in Psicologia per le Organizzazioni. Il riconoscimento viene attribuito alle aziende che danno vita ad iniziative volte a prevenire e contrastare la violenza e la discriminazione di genere, dentro e fuori dai luoghi di lavoro.

Uno dei problemi più diffusi è proprio la DCA, acronimo che sta per Disturbi del Comportamento Alimentare, che colpisce non solo i giovani, ma anche gli adulti tra i 35 e i 60 anni.

L’indagine vincitrice è stata resa possibile grazie alla collaborazione dell’Università Cattolica con Lifeed, l’azienda EdTech che dal 2015 sta cambiando il mondo del lavoro, trasformando le esperienze di vita personale in competenze soft da attivare sul lavoro, e con Animenta, l’associazione non-profit che si occupa di disturbi del comportamento alimentare in tutta Italia.

Ma quali sono gli stereotipi che riguardano i lavoratori affetti da DCA? Rendere visibile in azienda il
proprio malessere può aiutare a superare lo stigma? Quali sono le competenze soft che affrontare
un percorso di cura può aiutare a sviluppare? Ma soprattutto, queste competenze possono
rappresentare un primo passo verso l’eliminazione dello stigma pubblico che circonda i soggetti
affetti dalla malattia mentale?

Secondo la ricerca, gli stereotipi più comuni sulle persone che soffrono di malattie mentali includono la percezione che queste persone siano meno competenti, imprevedibili, poco affidabili. Inoltre, molti manager e consulenti di selezione del personale esitano ad assumere persone con disturbi psicologici.

Oltre allo stigma pubblico, le persone con malattie mentali spesso interiorizzano gli stereotipi che vi sono nei confronti della malattia, applicandoli a sé stesse, attraverso un processo che prende il nome di stigma interiorizzato o auto-stigma.

A fronte dello stigma che gravita attorno alla malattia mentale, le persone con DCA possono
trovarsi di fronte al dilemma se rivelare o meno la propria condizione. Per evitare lo stigma,
possono scegliere di nascondere queste informazioni sul lavoro con un potenziale impatto negativo
sulla creazione di legami professionali autentici.

Alla luce di questo, la ricerca condotta con i dati raccolti attraverso la piattaforma Lifeed su persone
appartenenti alla community di Animenta con DCA, è stato possibile mappare le competenze
latenti che a causa di uno stigma sociale spesso non vengono viste e valorizzate sul lavoro.

L’obiettivo della ricerca è stato rompere stigmi e stereotipi sui disturbi del comportamento
alimentare, sensibilizzando il mondo del lavoro e le organizzazioni su una categoria di malattie
mentali ancora poco conosciute. Il progetto ha permesso alle persone di scoprire e portare
nell’ambito professionale le competenze sviluppate nella loro vita personale, contribuendo così a
rafforzare autostima e sicurezza di sé.

Dall’analisi dei risultati è emerso chiaramente che nelle esperienze di vita personale delle
partecipanti e dei partecipanti c’è un potenziale enorme di competenze che non viene portato sul
lavoro e che le aziende non sanno di avere.

Le persone sviluppano più competenze soft nei ruoli personali rispetto ai ruoli professionali con una media di potenziale inespresso superiore al 40%. Nello specifico, i dati numerici dicono che:

il 65% delle persone allena l’ascolto nei ruoli di vita privata mentre solo il 46% utilizza questa competenza in ambito lavorativo, c’è quindi un 19% di potenziale extra derivante dalle esperienze personali che si può portare sul lavoro;

l’82% delle persone sviluppa l’empatia nella vita personale, con un potenziale extra da attivare sul lavoro del 49%;

● collaborazione e comunicazione, cardini del clima in azienda e dei legami con i colleghi, possono incrementarsi fino al 36% attivando queste competenze latenti;

● anche la flessibilità ha un potenziale di sviluppo del 17% perché anch’essa viene allenata principalmente nella vita personale.

Commenta obiettivi e risultati della ricerca Benedetta Di Cesare, Research & Innovation Analyst di Lifeed con queste parole: «Abbiamo voluto far luce su una malattia come i DCA, tanto diffusa quanto ancora poco conosciuta, permettendo a chi vive un disturbo alimentare o qualsiasi difficoltà psicologica di
guardare oltre la malattia, riconoscendo il proprio potenziale e rafforzando l’autostima. La nostra
ambizione è di trasformare le aziende in luoghi abilitanti, capaci di valorizzare le potenzialità insite
nelle esperienze di vita senza stigmatizzare, perché, come dimostra la ricerca, le esperienze
personali arricchiscono persone e organizzazioni di competenze fondamentali».

A sua volta, Chiara Bacilieri, Head of Innovation di Lifeed, sostiene come sia finalmente arrivato il momento di «smettere di considerare le esperienze di vita personale – anche quelle più complesse – come ostacoli alla produttività e iniziare a riconoscerle come momenti di crescita che portano con sé
nuove competenze».

Da ultimo, Aurora Caporossi, Founder e Presidente di Animenta, si sofferma del valore attribuibile a un percorso di cura di una malattia mentale come la DCA, in questo modo: «Il tempo investito nella propria salute mentale non è mai tempo perso. Questa ricerca ci ha permesso di capire come ogni percorso che affrontiamo nella nostra vita può aiutarci negli anni successivi e come le competenze latenti di cui diventiamo consapevoli possano essere messe in campo anche nel lavoro».

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