
La sofferenza etica incide sulla salute mentale di chi lavora: resoconto di Ethical HR 2025
Mai come oggi il lavoro non è più considerato come semplice mezzo di sostentamento, bensì come uno strumento attraverso cui contribuire alla democrazia e alla società civile. Lo sostiene Lorenzo Tedeschi, Managing Director di TeamDifferent e curatore di Ethical HR, nel suo articolo scritto appositamente per noi a chiusura dell'iniziativa
di Lorenzo Tedeschi *
Partirò da una buona notizia: il benessere delle persone al lavoro è finalmente diventata una questione da affrontare. Ce ne siamo accorti durante Ethical HR, la tre giorni dedicata al management etico che siamo stati fieri di portare a Milano nel gennaio scorso.

Moltissime le questioni sotto il tappeto portate allo scoperto dai protagonisti della nostra iniziativa, ma tutte hanno riguardato innanzitutto il conflitto di valori presente nelle aziende di oggi che sta portando molte persone ad allontanarsene inesorabilmente.
Se si vuole davvero parlare del benessere delle persone al lavoro, bisogna infatti farlo slegandolo dalla questione della produttività: non è vero, almeno non lo è per forza, che “le persone felici saranno più produttive”. In nome di questo connubio, ci si propone di tirare fuori dal cilindro soluzioni mirabolanti, quali piattaforme spaziali e soluzioni customizzabili.
Questo discorso a noi non interessa. Noi vogliamo parlare di persone, e basta.
Non a caso, Ethical HR è nato proprio dall’osservazione della trasformazione in atto nel mondo del lavoro, che ormai dura da anni. Oggi siamo al capitolo “conscious quitting”, un fenomeno riguardante migliaia di lavoratori che si dimettono “per coscienza”, perché desiderano lavorare con persone (e datori di lavoro) che siano davvero interessate alla comunità e all’impatto sociale. Che siano concretamente impegnate sul fronte dello sviluppo sostenibile, del cambiamento climatico, della salute mentale, dei divari sociali, dei diritti.
Quella in atto è molto più che una transizione che mette “le persone al centro”. Piuttosto è una rivoluzione che pone l’accento sulla questione etica delle organizzazioni, sulla loro integrità e sul disagio che possono provare le persone che lavorano in ambienti di cui non condividono per nulla i valori.
Il fenomeno che viviamo oggi ha un nome preciso ed è sofferenza etica, una condizione di disagio che alla lunga incancrenisce la felicità delle persone e la salubrità dei gruppi di lavoro (pensiamo a quanto dice Christophe Dejours nel libro, L’ingranaggio siamo noi).
Come già abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, oggi l’attenzione delle persone all’impegno dei loro datori di lavoro nei confronti dello sviluppo sostenibile è molto maggiore.
I lavoratori, soprattutto i più giovani, scelgono insomma le aziende socialmente responsabili (per davvero).

Di qui nasce (e aumenta) la loro sofferenza etica. Di che cosa si tratta, dunque?
Siamo pratici: la sofferenza etica è l’angoscia che nasce quando realizziamo di lavorare in un luogo di cui non condividiamo i valori e in cui non ci riconosciamo. Questo dà vita a un profondo disagio e alla sensazione di tradire i propri ideali, compiendo azioni che non approviamo ma a cui, a volte, siamo costretti per conservare il posto di lavoro.
Ecco, Fabio Cecchinato, titolare del corso di Psicologia della valutazione e dello sviluppo nelle organizzazioni presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, parla approfonditamente delle diverse tipologie di sofferenza etica, che nascono dalla relazione tra il livello di adesione alla cultura aziendale e il livello di “inibizione etica”, ossia la forza dell’esigenza di altruismo e giustizia.
Secondo il docente, sono quattro le possibili condizioni che la provocano:
– adesione burocratica o narcisistica;
– Conflittualità interna – scissione;
– opportunismo individualista;
– resistenza.
Cosa significano queste definizioni?
Subito detto. Le persone con un’adesione narcisistica vivono una condizione di profondo desiderio di conferme narcisistiche e di riconoscimento, un desiderio grande tanto da sacrificare i propri ideali e valori in nome dell’eccellenza e dell’interesse dell’azienda. Anche a costo di provocare dolore agli altri.
Quella di conflittualità interna è la variabile in cui c’è un grande livello di fedeltà all’interesse dell’azienda ma, allo stesso tempo, una profonda coerenza con i propri valori. Si tratta di un conflitto interno che, in alcuni casi, può generare una forte sofferenza, uno stato di nevrosi e di scissione della personalità.
Veniamo alla variabile dell’opportunismo individualista: chi rientra in questa posizione non fa gli interessi dell’organizzazione, tanto meno ha una forma di inibizione etica. Per intenderci, gli “opportunisti individualisti” non hanno un’identità valoriale e questo li porta a non prestare attenzione al clima etico o alla sofferenza delle persone. Attuare comportamenti distruttivi, minacce, violenza e manipolazioni non li preoccupa.
C’è, poi, la condizione della resistenza, che caratterizza le persone con un alto profilo etico e che non si riconoscono minimamente nei valori dell’organizzazione. Sono esseri indipendenti, critici e difficilmente tradiscono il loro sistema di valori, motivo per cui spesso pagano il prezzo più alto di tutti: vivono emarginazione ed esclusione sociale per non essere scesi a compromessi.
Dicevamo: di tutto questo abbiamo discusso ad Ethical HR.

Insieme con Giampaolo Rossi, erano presenti Sonia Malaspina di Danone, Paolo Iabichino dell’Osservatorio Civic Brands. Poi abbiamo ascoltato Alice Siracusano di LUZ e Simone Giovarruscio di SIAE. C’era anche Alessia Cappello (Assessora allo Sviluppo Economico e Politiche del Lavoro del Comune di Milano) e poi Marco Minghetti di BIP Red. Presenti anche Jacopo Tondelli de Gli Stati Generali, l’Onorevole Carmen Di Lauro e molti altri ancora.
Approfitto di questo spazio per ringraziare tutte e i tutti voi.
Ricordiamoci: lavorare è un modo per diffondere i propri valori. E, perché no: anche per fare politica. Arrivederci a presto!

*Chi sono (da LinkedIn)
Bevo Estathè e cerco di rendere il mondo un posto migliore. Sono co-founder e AD di TeamDifferent, una realtà nata per fornire consulenza e formazione allo scopo di proteggere il benessere mentale delle persone negli ambienti di lavoro. La nostra missione è curare progetti di supporto psicologico, training del management e della popolazione aziendale, sensibilizzando la società all’importanza di proteggere la nostra salute mentale.
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