
I padri di oggi? Né assenti né supereroi. Le parole per raccontarli al Fulgor di Rimini
Undici protagonisti della cultura e la società italiana si confronteranno sabato 5 aprile nel cinema Fulgor di Rimini sui quattro temi chiave Inclusione, Gender Gap, Adolescenza e Scuola, utili a ridefinire chi sono i padri oggi. Ad ideare l'iniziativa è Carlo Crudele, il papà di Emma e Corrado, che ha deciso con la sua famiglia di cambiare totalmente vita per potersi godere pienamente l'esperienza della paternità

Chi sono i padri oggi? E che ruolo vorrebbero avere nella famiglia e nella società? Le domande potrebbero suonare strane alle orecchie di chi riflette da tempo sulle difficoltà incontrate ancora troppo spesso dalle donne alle prese con l’esperienza della maternità. La buona notizia è che sull’argomento oggi si interrogano anche parecchi padri, per lo meno la quota di quelli che rifiutano l’immagine di “assenza” restituita loro dal passato. Uno di questi padri si chiama Carlo Crudele, che ha deciso di trasformare il disagio avvertito all’inizio della sua avventura di genitore di due gemelli ideando Parola ai padri. Prevista sabato 5 aprile al cinema Fulgor di Rimini a partire dalle 10:30, l’iniziativa si prefigge proprio di «riscrivere con parole nuove la paternità al giorno d’oggi», come ha raccontato proprio Carlo Crudele nella nostra intervista.

In che modo la nascita dei suoi figli l’ha portata ad ideare “Parola ai padri”?
Quando sono arrivati i miei due gemelli, lavoravo in un’agenzia di comunicazione, un ambito che mi piaceva e mi piace ancora molto. Eppure, dopo la loro nascita, sono cambiate non solo le priorità, ma anche la mia percezione in generale.
In che senso?
Due bambini modificano l’assetto della nostra routine quotidiana. E però, se devo proprio trovare un momento in cui è cambiata la mia percezione in generale, è stato quando, dopo sei mesi dalla loro nascita, ho richiesto il congedo parentale, quello che volgarmente viene chiamato allattamento, dato che di fatto sono le mamme a richiederlo. In questo caso, l’ho chiesto io perché mia moglie era in partita Iva. Ho pensato che il mio team non avrebbe sofferto più di tanto di questa sorta di part time che avrei fatto per qualche mese.
E invece?
Benché mi sia stata concessa questa opportunità, anche perché era giusto che fosse così, ho capito che veniva ritenuta come una cosa fastidiosa, non prevista né piacevole innanzitutto sotto il profilo della gestione amministrativa. Insomma, anche se non posso dire che ci sia stato un demansionamento formale, era chiaro il sentire di chi era sopra di me e di chi doveva concedere questa possibilità.
E quale effetto ha avuto sulla sua vita successiva?
Ho scelto un downgrading non solo lavorativo, ma anche geografico: da Milano mi sono trasferito a Rimini, che è una città sicuramente più adatta di una metropoli per crescere i figli. E dalle grandi agenzie milanesi sono passato in una media agenzia sempre nell’ambito della comunicazione.
Tutto questo succedeva prima della pandemia?
Esatto: da lì sono arrivate tutte le opportunità di lavoro in remoto di oggi, dallo smart working al south working. Ma anche in questo caso mi sono reso conto che, specialmente le piccole imprese, per ragioni magari squisitamente di gestione quotidiana, fanno ancora fatica all’idea di favorire il work-life balance.
Perché?
E’ difficile per motivi di organizzazione interna uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”. E invece bisogna farlo, anche per una questione di equilibri familiari, di equiparazione tra compagni di vita.
Che valore dà quindi alla paternità?
Per me è presenza, un impegno che non puoi svolgere quando sei otto ore al giorno a una scrivania e se, unendoci gli spostamenti, arrivi a casa di fatto quando la giornata dei tuoi figli è già conclusa. A quel punto puoi fare poco e poco conta che poi diciamo di essere dalla parte di quelle donne che sono costrette a rimanere a casa con i figli per via della situazione economica e sociale che le spinge a rinunciare al lavoro.

Una piccola provocazione: se sua moglie non avesse avuto la partita Iva, avrebbe fatto la stessa scelta?
Mi sono fatto questa domanda: probabilmente no, ma la verità è che mia moglie è parte importante di questo cambiamento. Con il suo spirito femminista molto radicato e radicale, mi ha fatto man mano percepire quanto molto spesso noi padri ci pensiamo come superpadri, ma poi alla fine facciamo delle cose minime rispetto al carico di cura che viene riservato alle compagne. E del resto, io non sono né un superuomo né un uomo particolarmente diverso: probabilmente se avessimo avuto un altro assetto, magari per quieto vivere avremmo fatto come tanti che si trovano nelle condizioni di gestire i figli in un certo modo e poi proseguono nel farlo.
In ogni caso, non è successo e il vostro progetto lo dimostra: come avete scelto i quattro temi (inclusione, gender gap, adolescenza, scuola ndr) che caratterizzano la giornata di sabato?
Potrei dire da una mia follia: sono stato cliente di me stesso.
Cioè?
Ho buttato giù il progetto in Powerpoint come facevo normalmente in agenzia… In sostanza, volevo capire se quello che provavo io in termini personali, ossia la necessità di essere più presente con i figli, era un’esigenza solo mia oppure se c’era, come percepivo, una nicchia crescente di padri che desideravano essere parte in causa, attiva, e non semplicemente quelli che tornano la sera contribuendo al bilancio economico familiare.
Quindi come ha coinvolto gli undici protagonisti dei vostri panel?
Ho contattato quello che poteva essere il mio “dream team”, composto sia da padri che avrei voluto all’interno di un ipotetico panel, sia da esperti che avessero studiato il fenomeno in maniera più scientifica. Man mano mi sono accorto che c’era davvero un certo fermento, raccolto anche da diverse aziende, alcune oggi partner del progetto.
Quindi c’è più consapevolezza anche tra i datori di lavoro?
Soprattutto le aziende più grandi direi che hanno già “in pancia” la sensibilità almeno in potenza di gestire la genitorialità in maniera diciamo più progressista. E infatti da noi sono arrivate le aziende che hanno già qualcosa da dire sul tema e e io sono contento che ci siano, perché un cambiamento non può non passare senza il loro coinvolgimento.
Durante la giornata presenterete anche una ricerca che traccia l’identikit dei padri di oggi: chi l’ha curata e cosa ci può anticipare?
Nella ricerca che abbiamo commissionato a NeosVoc si vede che non c’è un solo modello di padre, ma tanti tipi. Tra loro è già in corso una discussione per così dire ancora silenziosa tra quelli che magari continuano a “fare come si è sempre fatto” e quelli che invece si stanno preparando a essere padri diversi. Secondo NeosVoc, dai risultati emersi si potrebbe veramente scrivere un libro per quante rilevanze ci sono.
Parlerete di adolescenza: perché?
Anche in questo caso mi sono fatto guidare dalla mia sensibilità e da ciò che avrei voluto ascoltare come padre. I miei figli adesso hanno otto anni, quindi non dico che siano preadolescenti, però… del resto, è uscita da pochissimo su Netflix la serie Adolescence che di fatto arriva proprio nel momento più giusto. Ma parleremo anche di gender gap, che per noi è direttamente gender equality.
In che senso?
La gender equality è imprescindibile per far sì che i padri abbiano la possibilità anche culturale di essere più presenti.
E quanto è importante parlare anche di inclusione?
E’ essenziale, perché io penso che un padre debba educare alla diversità. Per fortuna, siamo una società sempre più differenziata: la diversità è un valore anche a livello civile. Avere dei figli che la abbracciano fa bene alla famiglia in generale e anche al Paese. La verità è che più siamo aperti all’altro e più ci sono dei contraccolpi positivi.
Altro grande tema che vi sta a cuore è la scuola.
Un tema enorme, che abbiamo scelto di affrontare con due filosofi in dialogo: si tratta di Maura Gancitano, che è la cofondatrice della scuola di filosofia Tlon e poi c’è Matteo Saudino, che è un professore di filosofia che però utilizza molto i mezzi digitali, visto che è uno youtuber e un podcaster.
Che cosa pensa dell’uso dei cellulari e altri device sempre più precoce?
Cercheremo di fare il punto su quanto i padri debbano essere veramente spaventati o debbano viceversa gestire l’introduzione dei mezzi digitali nella crescita dei figli. Considerando quanto la mia sensibilità mi porti a tenerli lontani da schermi, tablet, e così via, mi rendo conto che potrei essere, non dico in errore, ma magari potrei imparare qualcosa di nuovo.
D’altronde si impara ad essere genitori giorno dopo giorno, non si arriva mai a un punto finale.
E’ possibile seguire la giornata al Fulgor anche in streaming?
Sì: la si può guardare gratuitamente sia su YouTube sia su Facebook e probabilmente anche su Instagram.
Dopo l’evento al Fulgor come proseguirà il progetto?
Abbiamo tante idee, ma tendenzialmente vorrei sviluppare due filoni. Uno di tipo culturale, per spingere il cambiamento nella percezione della paternità. Il secondo filone che vorrei è di tipo normativo, ossia mi piacerebbe fare pressione perché siano introdotte misure come il congedo parentale che diano la possibilità alle aziende di venire incontro alle esigenze delle famiglie senza doverci rimettere del tutto. Ci sono già proposte del genere in Parlamento, ma mi piacerebbe se il nostro progetto facesse anche un po’ da cassa di risonanza per quelle aziende che magari hanno già implementato strumenti nuovi, ma anche a beneficio di quelle che ancora li vedono po’ come il fumo negli occhi.
Il suo sogno più grande?
Sarebbe bello se tutti capissero che avere dei dipendenti più felici, dando loro maggiore flessibilità in momenti importanti della vita come la paternità, genera maggiore dedizione. Secondo me, è un circuito virtuoso che va attivato anche se non se ne vedono i risultati sul brevissimo termine.
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